La stipe votiva in località Pantanacci: ipotesi interpretative

Nel Luglio del 2012 l’intervento del Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico della Guardia di Finanza ha consentito di interrompere uno scavo clandestino e di recuperare - in località Pantanacci (attualmente ricadente tra il Comune di Lanuvio e quello di Genzano di Roma) - una gran mole di materiale votivo destinato al mercato antiquario internazionale.
Data la situazione di emergenza legata ai ritrovamenti, unitamente all’indubbio interesse archeologico del sito, è stata tempestivamente intrapresa la prima campagna di scavo sotto la direzione scientifica del Dott. Luca Attenni, del Prof. Fausto Zevi e, quale Responsabile unico del procedimento della Dott.ssa Giuseppina Ghini, funzionario della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio.
Il sito archeologico in località Pantanacci si colloca nei rigogliosi boschi dell'antico ager lanuvinus, non lontano dal celebre santuario di Giunone Sospita; si identifica come una stipe votiva collocata in un antro naturale, interessato già in antico da interventi antropici. Il costone roccioso accoglie diverse  cavità consecutive e probabilmente comunicanti, dalle cui pareti di fondo tutt'oggi sgorgano spontaneamente acque sorgive attraverso aperture. Plausibilmente si riteneva che queste acque avessero proprietà terapeutiche e salutari, favorendo lo sviluppo di un culto di divinità ad esse connesso. L'analisi chimica permetterà di confermare tale ipotesi.
Gli oggetti donati appartengono a tipologie differenti, con una cronologia prevalentemente orientata al IV – III secolo a. C.. Per quanto concerne il vasellame, sono presenti prevalentemente ceramiche ad impasto (soprattutto olle) e ceramica a vernice nera (tra cui spiccano esemplari miniaturistici e pezzi sovradipinti); riguardo i votivi anatomici invece, sono stati riportati alla luce modelli  raffiguranti mani, piedi, gambe, braccia, figurine intere (maschili, femminili ed infanti fasciati), busti con intestino, vesciche, mammelle, uteri, falli, vulve, orecchie, mascherine con occhi, teste maschili e femminili e soprattutto l'inedita tipologia dei cavi orali.

La distribuzione vede la prevalenza di una tipologia votiva in ogni deposizione, senza però determinarne l'esclusività. Gli oggetti, concavi, venivano riempiti e poi sigillati con argilla finissima, collocati in nicchie artificiali a parete o in alloggiamenti a terra sistemati con sassi a fare da fermo; in corrispondenza di un punto sorgivo invece la ceramica (miniaturistica) è stata deposta direttamente sulla roccia, con l'acqua che vi scorreva sopra, come confermano le abbondanti concrezioni calcaree su vasellame e votivi. 

L'azione cultuale prevedeva anche offerte di cibi e bevande alla divinità, di cui sono stati trovati i resti di combustione. Dalle tracce di bruciato è possibile identificare più azioni deposizionali ripetute e ravvicinate, connesse a  fuochi; essi dovevano sviluppare una fiamma viva a diretto contatto della parete rocciosa, che per l'elevata temperatura ha assunto una tipica colorazione rossastra sotto le evidenti tracce di bruciato. Residui di carbone sono stati rinvenuti su pietre piatte e tegole, che offrivano appoggio ai recipienti rovesciati – probabilmente simili a clibani – utilizzati per bruciare le offerte. Sono stati rinvenute tracce di alimenti quali piselli, nocciole, gusci di molluschi ed ossa di avicoli e ovini.

I punti di deposizione primaria sono distribuiti lungo le pareti dell'antro, in vicinanza di grandi lastre di piperino che sembrano offrire un piano di calpestio, affiancato ai punti dove è presente il naturale appoggio roccioso, che plausibilmente veniva coperto da una passerella lignea per agevolare il camminamento. Il centro della grotta non presenta concentrazioni di votivi tali da pensare a punti di deposizione ed è caratterizzato da un fondo roccioso coperto da un astrato di argilla finissima: si può ipotizzare che questa zona fosse già in antico punto di raccolta delle acque sorgive con valenza sacrale, il cui livello sarebbe stato mantenuto sotto controllo grazie ad un sistema di chiuse in pietra (di cui è stato ritrovato un elemento).

La stipe votiva in località Pantanacci dunque offre un quadro che permette, già con gli elementi raccolti nella prima campagna di scavo, di delineare un contesto sacrale ben definito, le cui connessioni al territorio e la cui effettiva estensione potranno essere approfondite da successive indagini. Data la particolarità del ritrovamento di deposizioni primarie integre ed il pregio sia quantitativo che qualitativo dei materiali rinvenuti, il sito rappresenta sicuramente una delle realtà archeologiche di maggiore interesse scientifico degli ultimi anni nel panorama italiano e laziale in particolare. Grazie all'impegno del Comune di Lanuvio e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Soprintendenza per i Beni archeologici del Lazio si aspira ad una valorizzazione dell'intero sito, aprendolo alla fruizione pubblica con l'inserimento di questo particolare gioiello archeologico nello splendido contesto naturalistico dei castelli romani.
 Luca Attenni
 

12/01/2013
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