Il Tempio d'Ercole

reperto rinvenuto nell'area del Tempio d'Ercole

Del tempio d'Ercole, collocato sul primo terrazzamento dell’antica Lanuvium, rimane allo stato attuale soltanto la sostruzione(1).
Le considerevoli dimensioni di quest’ultima, mt. 33 di lunghezza x 9,35 di altezza, nonchè la precisione e la tecnica dei blocchi che la compongono sono testimonianza inequivocabile dell’importanza del complesso religioso che come importanza era secondo soltanto al Santuario di Giunone Sospita.
I dati attuali non ci permettono di stabilire l’esatta localizzazione del tempio vero e proprio e per la sua ubicazione approssimativa dobbiamo utilizzare alcuni elementi preziosi dati dai ritrovamenti archeologici della zona. Infatti dal 1903 al 1907, nel condurre lavori di sbancamento, all’interno della proprietà Seratrice, venne asportata la parte superiore di una cisterna in disuso e piena di macerie.
La cisterna, distante 25 mt. dai resti del tempio restituì frammenti architettonici, capitelli, la vera di un pozzo in marmo, cippi sacri, dediche votive in relazione ad Ercole, che permisero l’attribuzione del Tempio al figlio di Leda(2).
Ma il ritrovamento più significativo consiste in un altorilievo che venne recuperato, in frammenti, nel 1968 e che attualmente si conserva nel Museo Civico di Albano(3). Misura mt. 0,66 di larghezza x mt. 0,54 di altezza ed è datato al 330 a. C. circa(4).
Vi sono raffigurate tre figure: due menadi ed un sileno. L'editore si è stupito del fatto che su una fronte di un tempio d'Ercole, della cui provenienza non c'è il minimo dubbio, si sia concesso uno spazio tanto importante ad un tiaso bacchico. Quest'ultimo, infatti, è frequente sui templi etruschi e latini già dall'età tardo-arcaica, ma si manifesta solo sulle antefisse(4bis). Pertanto l'unica spiegazione che l'editore trova, è una lettura del pezzo in chiave decisamente romana.
Alcuni autori latini, infatti, hanno narrato una vicenda secondo la quale Ercole sarebbe stato il salvatore di Ino-Leucotea, perseguitata dalle menadi aizzate da Giunone(5). Nel rilievo lanuvino, quindi, vi sarebbe rappresentato l'incontro-scontro, ripreso da Ovidio, tra Ino-Leucotea e le menadi selvagge. Evento accaduto nel foro Boario, luogo in cui era esaltato il ruolo d'Ercole come garante dell'incolumità dello straniero(6).
Letto in quest'ottica si chiarisce anche il significato dell'altorilievo di Lanuvio: datato a poco dopo l'annessione di Lanuvium alla civitas romana (338 a.C.), è da mettere in relazione al tempio d'Ercole, accresciuto di importanza, dopo l'annessione di Lanuvio da parte di Roma, per fare da contrappeso al culto della Giunone Sospita, ritenuto, quest'ultimo, lanuvino(7).
I Santuari d’Ercole avevano anche un'innegabile carattere emporico(8); fenomeno questo che apre nuovi spiragli di ricerca anche per comprendere le complesse vicende storiche della cittadina di Lanuvio.
Eracle era considerato dio dei mercanti, e di solito i suoi templi venivano edificati lungo vie  transitate da mercanti, così come accade a Lanuvio dove l’impianto religioso è collocato lungo la via Astura che metteva in contatto, per scopi perlopiù commerciali, Antium e Satricum alla latina Lanuvium. 
 

1) Sul tempio d'Ercole e le sue vicende cfr. gli esauriente studi da parte del Galieti; A. Galieti, Memoria dell'Heracleion lanuvino a Civita Lavinia, in Bollettino dell'Associazione Archeologica Romana, Roma 1911, n. 2, pp. 25- 43; A. Galieti, La fronte dell'Heracleion di Lanuvio, in Bolletino dell'Associazione Veliterna di Storia ed Arte, Velletri 1932, III-IV trim., pp.39-42; A. Galieti, Lanuvio. Rinvenimento di fabbrica idraulica e di contrafforti a nord del "suggestum" sillano, in NSc VII-XII 1953, pp. 327-331.
2) Per i ritrovamenti all’interno della cisterna vedi D. Vaglieri, Civita Lavvinia in Notizie e Scavi dell’Antichità, 1907, II, pp. 127, 609, 658-659.
3) Per il recupero e le varie vicende del pezzo cfr Chiarucci, Lanuvium, 1983, p.107, nota 32, fig. 44.
3) 4) Cfr. G. Colonna,Membra disiecta di altorilievi frontonali, in Atti del XVI Convegno di Studi Etrusco e Italici, Roma, 1989, p. 113 ss.
4) 4 bis) G. Colonna,Membra disiecta di altorilievi frontonali, in Atti del XVI Convegno di Studi Etrusco e Italici, Roma, 1989, p. 118 ss.
5) A parlarcene è un passo di Ovidio( Fast.VI, 501-524), dove in  un mitico tempo delle origini, le Menades Ausoniae, spinte da Giunone, assalgono Ino per sottrarle il piccolo Melicerte. Un altro passo narratoci però da Virgilio (Aen. VII, 341-406), in cui Ino non c'entra, vuole le menadi intente a gettare nel caos la città di Latino. In entrambi i casi il referente delle menadi è Giunone. Colonna non vede male, in questa Giunone di cui parlano Ovidio e Virgilio, una Giunone che possa avere le bellicose caratteristiche di quella lanuvina; ( cfr. Colonna, Membra disiecta, p. 120)..
6) Per Coarelli il mito già in epoca arcaica rivestiva un'enorme importanza ( F. Coarelli, I Santuari, il fiume, gli empori, in Storia di Roma Vol. I, 1988, p. 144). Coarelli vede, infatti, nei templi di Portunus e di Mater Matuta  una corrispondenza topografica che si riallaccia al mito di Ino-Leucotea; in quanto in età arcaica i due templi, assimilati  a Ino- Leucotea il secondo e a Palemon - Melikertes il primo,  erano stati orientati in modo da trovarsi l'uno di fronte all'altro, orientamento non casuale( Coarelli, Santuari, fiume, empori, p. 145).
7) Colonna, Membra disiecta, p. 120.
8) Abbiamo in primo luogo un passo di Giustino, (43, 3, 4), secondo il quale intorno al 600 a. C. i Focei, diretti a fondare Marsiglia, avrebbero risalito il Tevere per stringere alleanza con Tarquinio Prisco. Presenza Focea che costituirà nel corso del VI sec. a.C., una componente essenziale del quadro di tutta l'area del Medio-Tirreno (Coarelli, pp. 146-147).
L'ipotesi della risalita dei fiumi è resa tra l'altro verosimile anche da un passo di Erodoto, (I, 163), in cui lo storico ricorda che i Focei, quando commerciavano in Occidente, si servivano di pentecontere, navi a 50 remi. Per Coarelli una motivazione di questo fatto , può essere quello di risalire i fiumi controcorrente, (Coarelli, Foro Boario, pp. 123-124).