L'anello di Enea

Ai viaggiatori sprovveduti che, distaccandosi dal consueto itinerario del Grand Tour, si spingevano fino al lembo SO dei Colli Albani, i “terrazzani” della cittadina, che fino al 15 Ottobre del 1915 si sarebbe chiamata Civita Lavinia, mostravano con orgoglio un piccolo anello di ferro confitto in una delle torri perimetrali del castello medievale. Anello che un’antica tradizione popolare consolidatasi nel corso del XVII secolo correlava a Enea sostenendo che questi, al suo arrivo nel Lazio, vi avrebbe ormeggiato la nave (NIBBY 1848, vol. 2, p. 148; TOMASSETTI 1975, vol. II, p. 334).
Se l’ “anello di Enea” poteva costituire agli occhi degli ingenui turisti del XVIII e XIX secolo una prova tangibile dell’alta antichità di Lanuvio, gli eruditi avevano da tempo soffermato la loro attenzione sulla vasta mole di testimonianze epigrafiche e archeologiche disseminate nel suo territorio, la cui interpretazione, sorretta da un attento vaglio critico delle disparate fonti letterarie correlate alla cittadina, rese possibile nell’arco di pochi decenni una ricostruzione attendibile della sua identità storica e della sua realtà topografica (a lungo inconsapevolmente confuse con quelle relative a Lavinium, oggi identificata con Pratica di Mare).
Tale ricostruzione, quasi inevitabilmente, finì col privilegiare le attestazioni relative all’arcaico culto di Giunone Sospita e quelle connesse alla romanizzazione, trascurando e spesso accantonando quanto via via emergeva delle fasi protostoriche.
Sotto quest’ultimo punto di vista, infatti, Lanuvio, pur vantando nobili origini che la ricollegavano alla saga troiana attraverso Diomede, suo presunto fondatore (APPIANO, Bellum civile, II, 20), e la includevano nell’antichissima lista dei populi della lega Albana (DION. HAL., V, 61, 3), non beneficiò di quell’interesse che, a partire dal 1817, aveva investito le “antichità albensi”.
 
Testo di Valentino Nizzo